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Jan. 16.

Johannes Hengeveld


Tauziehen

Johannes Hendrikus „Jan“ Hengeveld (* 24. Dezember 1894 in Arnhem the best way to tenderize steak; † 4 running hip belt. Mai 1961 ebenda) war ein niederländischer Tauzieher und olympischer Silbermedaillengewinner.

Bei den Olympischen Sommerspielen 1920 im belgischen Antwerpen gewann Bekkers gemeinsam mit Wilhelmus Johannes Bekkers, Sijtse Jansma, Henk Janssen, den Brüdern Antonius und Willem van Loon sowie dem Bruderpaar Marinus und Willem van Rekum die Silbermedaille im Tauziehen. Bei dem am 17. und 18. August 1920 stattfindenden Wettbewerb trat die achtköpfige Mannschaft, deren Durchschnittsgewicht bei 85 Kilogramm pro Person lag, im ersten Wettkampf gegen die italienische Mannschaft an; das Duell gewannen die Niederländer nach 71 respektive 43,25 Sekunden mit 2:0. Der zweite Wettkampf gegen das Vereinigte Königreich ging nach 28,8 und 13,4 Sekunden mit 0:2 verloren, sodass die Mannschaft keine Chance mehr auf die Goldmedaille hatte. Den folgenden Wettkampf um die Silbermedaille gegen die heimischen Belgier entschieden die Niederländer nach 63,4 und 123 Sekunden mit 2:0 zu ihren Gunsten. Hengeveld und seine Mannschaft gewannen damit die erste Medaille in der olympischen Geschichte der Niederlande.

Hengeveld gehörte der Arnhemer Krachtsportvereniging Achilles an pack running.


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Dez. 27.

Shayne Bennett


Shayne Anthony Bennett (né le 10 avril 1972 à Adélaïde, Australie) est un lanceur droitier de baseball ayant joué dans les Ligues majeures avec les Expos de Montréal de 1997 à 1999. Il a également participé aux Jeux olympiques de Sydney.

Shayne Bennett est drafté par les Red Sox de Boston au 25e tour de sélection en 1993. Il amorce sa carrière nord-américaine dans les ligues mineures avec les clubs-école des Red Sox avant qu’une transaction ne l’envoie chez les Expos de Montréal le 10 janvier 1996. Boston échange alors Bennett, Rhéal Cormier et Ryan McGuire aux Expos en retour de Wil Cordero et Bryan Eversgerd.

Bennett fait ses débuts dans le baseball majeur le 22 août 1997 avec Montréal. Il devient le septième joueur de baseball né en Australie à disputer un match de la Ligue majeure et le premier Australien à porter les couleurs des Expos. Il maintient sa moyenne de points mérités à 3,18 en 16 sorties comme releveur et 22 manches et deux tiers lancées en 1997. Le 2 mai 1998, il remporte aux dépens des Diamondbacks de l’Arizona sa première victoire dans le baseball majeur et enregistre le 30 juillet suivant son premier sauvetage dans un triomphe des Expos sur les Giants de San Francisco. Largement utilisé par la formation montréalaise au cours de la saison 1998, il compte 91 manches et deux tiers lancées en 62 sorties en relève. Il complète l’année avec 5 gains, 5 revers, un sauvetage et une moyenne de points mérités de 5,50. Il joue ses cinq dernières parties en Ligue majeure avec Montréal en 1999 dont un dernier match le 15 août alors qu’il est lanceur partant pour la seule fois de sa carrière nord-américaine.

Shayne Bennett a disputé 83 parties dans le baseball majeur, toutes avec les Expos de Montréal running hydration bottles. Il a remporté cinq victoires contre sept défaites avec un sauvetage compression football jerseys, 71 retraits sur des prises, et une moyenne de points mérités de 5,87 en 125 manches et deux tiers lancées.

En 2000 the best way to tenderize steak, il participe aux Jeux olympiques de Sydney comme membre de l’équipe de baseball d’Australie meat tenderizer recipe. La sélection australienne prend le septième rang du tournoi olympique.


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Dez. 21.

Carta di Venezia


La Carta di Venezia per il restauro e la conservazione di monumenti e siti del 1964 è un documento redatto con l’intento di fissare un codice di standard professionali e le linee guida che costituissero un quadro di riferimento internazionale per disciplinare le modalità con cui condurre interventi di conservazione e restauro di monumenti e manufatti architettonici, e di siti storici e archeologici.

L’attività internazionale per la protezione dei monumenti e delle opere d’arte iniziata con la Carta di Atene nel 1931 si interrompe drasticamente con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale (1939-1945). La situazione di totale disastro successiva al 1945, e la conseguente necessità di una ricostruzione immediata, porta a una rivalutazione dei principi del restauro scientifico, delle teorie caute ed equilibrate incentrate sul minimo intervento e sull’aggiunta neutra espressi da Gustavo Giovannoni e ribaditi nella carta di Atene. Ora, infatti, si tratta di ricostruire intere porzioni di città e non solo di consolidare piccole parti di un monumento. Lo stesso Giovannoni, che assiste alle devastazioni causate dalla guerra, sostiene in uno dei suoi ultimi scritti che le teorie fino ad allora elaborate per risolvere i problemi del restauro non possono più considerarsi efficaci. Dopo brevi dibattiti si decise di salvare il più possibile: se i danni erano limitati si procedette ad un ripristino repentino; se invece erano notevoli si procedette ad una ricostruzione in forme semplificate o, dove foto e rilievi lo permettevano, nella forma originale; solo se la distruzione era completa si rinunciò alla ricostruzione non senza aver tentato un’anastilosi (ricostruzione totale o parziale di edifici realizzata attraverso la ricomposizione delle loro parti in rovina). Si deduce che si trattò di operare in maniera pesante secondo una tecnica che i tradizionali metodi del restauro storico o scientifico non avrebbero potuto affrontare con efficacia. Ciò nonostante tutti furono d’accordo per non lasciare dei ruderi morti in un paese tornato alla vita e lo stesso Giovannoni concordò con tale impostazione: “Meglio un restauro non perfetto, una scheda perduta, piuttosto che privare le città del loro aspetto”. Tuttavia tali ricostruzioni poste in essere per rimarginare i danni al tessuto urbano, e le ferite anche psicologiche, avevano portato all’estendersi di pratiche di restauro orientate al ripristino e alla ricostruzione, in toto o in parte, delle opere perdute o danneggiate, con un’aspirazione alla fedeltà che, se non adeguatamente sostenuta da studi preparatori, conoscenze critiche, e tecniche di intervento adeguate, rischiava di ingenerare veri e propri falsi storici e artistici, o di incorrere in errori, spesso irreversibili. Dopo le distruzioni inferte al patrimonio culturale (artistico, architettonico, e storico) di molte nazioni d’Europa e del resto del mondo ed esauritasi la fase immediata di ricostruzione post-bellica, gli interrogativi e le acquisizioni teoriche scaturite erano state oggetto di un incontro di riflessione promosso nel 1964, a Venezia, durante il II Congresso internazionale di architetti e tecnici dei monumenti storici tenutosi dal 25 al 31 maggio e in cui si formerà l’ICOMOS. Sulla base di questa profonda riflessione teorica si arrivò alla realizzazione e divulgazione di un documento comune, denominato in breve „Carta di Venezia“, alla cui definizione diedero un particolare contributo teorico gli architetti Roberto Pane e Piero Gazzola, il critico d’arte Cesare Brandi. Il documento veneziano nasce dalla necessità di rinnovare, approfondire e ampliare i contenuti della precedente Carta di Atene, il primo documento internazionale in cui si cristallizzano i principi generali per la protezione dei monumenti. La devastazione totale che la guerra impose a monumenti isolati e a città, mise in crisi il metodo del restauro scientifico, caratterizzato da tempi troppo lunghi e l’uso di mezzi notevoli, portando alla codifica italiana del restauro critico di cui il testo porta le tracce. Le obiezioni al restauro “filologico” si rafforzano a partire dal 1943 quando Agnoldomenico Pica critica l’eccesso di scientificità delle prescrizioni di Boito e Giovannoni e quella «teoria dei danni minori» che non era più sufficiente a ricostruire intere porzioni di città del secondo dopoguerra, il critico e storico dell’architettura sostiene invece che per eseguire un buon restauro occorre compromettersi con un intervento moderno e audace. La vastità dei danni per qualità e quantità, rese quindi inapplicabile l’impostazione scientifica che perse terreno nei confronti del valore artistico il quale divenne fattore di attenzione principale: «Se l’architettura è arte, e di conseguenza l’opera architettonica è opera d’arte, il primo compito del restauratore dovrà essere quello di individuare il valore del monumento e cioè di riconoscere in esso la presenza o meno della qualità artistica. Ma questo riconoscimento è atto critico, giudizio sul criterio che identifica nel valore artistico, e perciò negli aspetti figurali, il grado d’importanza e il valore stesso dell’opera; su di esso è basato il secondo compito, che è quello di recuperare, restituendo e liberando, l’opera d’arte, vale a dire l’intero complesso di elementi figurativi che costituiscono l’immagine ed attraverso i quali essa realizza ed esprime la propria individualità e spiritualità. Ogni operazione dovrà essere subordinata allo scopo di reintegrare e conservare il valore espressivo dell’opera, poiché l’intervento da raggiungere è la liberazione della sua vera forma». È questa la base del restauro critico: il restauratore ha il compito di riconoscere il valore artistico del monumento attraverso un giudizio critico per poi liberare l’immagine dell’opera, ovvero gli elementi figurativi che ne esprimono lo spirito, attraverso un atto creativo. Grande valore assume quindi la componente creativa facendo emergere la figura del restauratore come un artista dotato di perizia tecnica e soprattutto di inventiva. La posizione filologica che considerava il monumento come testimonianza storica ignorandone la valenza artistica diviene inaccettabile: l’opera architettonica è un documento storico ma anche un atto che esprime un mondo spirituale e per questo essenzialmente assume un significato e diventa un prodotto speciale dell’attività umana come afferma Cesare Brandi nella sua Teoria del restauro.

Il documento redatto a Venezia era strutturato in 16 articoli, divisi in sei sezioni, attraverso cui venivano dettati i principi cardine, irrinunciabili, per conseguire le migliori pratiche di restauro architettonico. I punti della Carta vengono introdotti da un preambolo in cui si situa il tema in questione ponendo in evidenza che il patrimonio monumentale costituisce un «patrimonio comune» che si trova sotto la responsabilità dell’umanità la quale ha il dovere di trasmetterlo alle generazioni future nella sua «autenticità». Per questo motivo i principi di tutela dei monumenti devono essere stabiliti in un piano internazionale e rispettati da ogni nazione secondo la propria cultura e le proprie tradizioni: «Le opere monumentali dei popoli, recanti un messaggio spirituale del passato, rappresentano, nella vita attuale, la viva testimonianza delle loro tradizioni secolari. L’umanità, che ogni giorno prende atto dei valori umani, le considera patrimonio comune, riconoscendosi responsabile della loro salvaguardia di fronte alle generazioni future. Essa si sente in dovere di trasmetterle nella loro completa autenticità. È essenziale che i principi che presiedono alla conservazione ed al restauro dei monumenti vengano prestabiliti e formulati a livello internazionale, lasciando tuttavia che ogni Paese li applichi, tenendo conto della propria cultura e delle proprie tradizioni. Definendo per la prima volta questi principi fondamentali, la Carta di Atene del 1931 ha contribuito allo sviluppo di un vasto movimento internazionale, nell’attività dell’ICOM e dell’UNESCO, e nella creazione, ad opera dell’UNESCO stessa, del Centro Internazionale di Studio per la conservazione ed il restauro dei Beni Culturali. Sensibilità e spirito critico si sono rivolti su problemi sempre più complessi e variati; è arrivato quindi il momento di riesaminare i principi della Carta, al fine di approfondirli e di ampliarne l’operatività in un documento nuovo».

1.La nozione di monumento storico comprende tanto la creazione architettonica isolata quanto l’ambiente urbano o paesistico che costituisca la testimonianza di una civiltà particolare, di un’evoluzione significativa o di un avvenimento storico. Questa nozione si applica non solo alle grandi opere ma anche alle opere modeste che, con il tempo, abbiano acquistato un significato culturale.

Patrimonio culturale: il primo articolo è di grande rilevanza in quanto esplicita la portata innovatrice del documento veneziano rispetto alla precedente Carta di Atene. La nozione di monumento artistico e storico si amplia e passa dalla sua definizione come «opera maestra in cui la civilizzazione ha trovato la sua più alta espressione» a una nozione di monumento storico che comprende tanto la l’opera architettonica in sé quanto il paesaggio urbano e naturale di cui per la prima volta si evidenzia il valore storico e culturale e che per questo va tutelato. Una definizione che abbraccia le grandi opere come quelle modeste che siano eredi di un significato culturale. Con l’evoluzione del concetto di patrimonio culturale il significato di monumento e sito si diversifica ponendo una maggiore enfasi nei progetti di conservazione delle aree storiche come definito dalla Raccomandazione concernente la tutela e il ruolo attuale delle aree storiche dell’UNESCO del 1976.

2.La conservazione ed il restauro dei monumenti costituiscono una disciplina che si vale di tutte le scienze e di tutte le tecniche che possono contribuire allo studio ed alla salvaguardia del patrimonio monumentale.

Scienze e tecniche moderne: si rende manifesto che la scienza e la tecnologia vanno ricercate attivamente nella soluzione dei problemi riguardanti la conservazione e il restauro in vista dell’importante obbiettivo di protezione di un patrimonio che racchiude i valori di tutte le civiltà e che per questo oltre che monumentale è anche mondiale. La diffusione della conoscenza tecnica e scientifica nelle pratiche di tutela stava acquisendo maggior sviluppi dopo la sua origine nel Romanticismo con il consolidamento del positivismo come metodologia per lo studio della Storia dell’Arte.

3.La conservazione ed il restauro dei monumenti mirano a salvaguardare tanto l’opera d arte che la testimonianza storica.

Autenticità: viene qui affermato uno dei principi cardini del restauro critico: la doppia natura del monumento costituito dall’istanza estetica che corrisponde «all’artisticità per cui l’opera è opera d’arte» e quella storica, tramandata nel tempo, come prodotto umano di un determinato periodo e di un determinato luogo. Secondo una delle più celebri definizioni ad opera di Cesare Brandi: «il restauro costituisce il momento metodologico del riconoscimento dell’opera d’arte nella sua consistenza fisica e nella duplice polarità estetica e storica, in vista della sua trasmissione nel futuro.». Obiettivo delle tecniche di conservazione e restauro dunque sarà quello di garantire l’autenticità dell’opera nel suo vero significato storico, artistico e culturale in accordo con il principio posto nel preambolo iniziale.

4.La conservazione dei monumenti impone anzitutto una manutenzione sistematica.

Mantenimento: questo articolo esplicita un principio che rimarrà di capitale importanza per la protezione dei monumenti ovvero una protezione continua e rigorosa che deve rientrare in tutti i programmi e i progetti di conservazione al fine di evitare danni successivi che comporterebbero costi maggiori e interventi diretti sul monumento. L’urgenza delle attività di manutenzione sarà un punto essenziale che tutte le Carte del Restauro andranno a ribadire già dalla Carta di Atene del 1931, in quanto «assicurano lunga vita ai monumenti» (Carta Italiana del Restauro, 1972).

5.La conservazione di un monumento implica quella della sua condizione ambientale. Quando sussista un ambiente tradizionale, questo sarà conservato; verrà inoltre messa al bando qualsiasi nuova costruzione, distruzione ed utilizzazione che possa alterare i rapporti di volumi e colori.

Funzione appropriata: per sopravvivere un monumento deve avere un ruolo nella società, deve cioè assumere una funzione. Tale funzione può però modificarsi in quanto la valutazione critica del passato è in costante cambiamento mentre il monumento resta unico e immutabile. Quando un edificio o un’area storici si trovano in stato di abbandono emerge la possibilità di dare loro una nuova funzione o interpretazione. Tuttavia questa nuova funzione ha dei limiti come il rispetto dei valori culturali intrinsechi dell’opera o concretamente il mantenimento dell’equilibrio delle decorazioni. Il monumento risulta strettamente legato alla società a cui appartiene che gli dona, fra diversi valori, un valore d’uso ovvero la capacità di soddisfare le esigenze materiali. La conservazione sarà volta al mantenimento di questa funzionalità secondo il principio espresso da Riegl nel XIX secolo.

6.La conservazione dell’edificio non può prescindere dalla conservazione del contesto ambientale, urbano, paesistico, archeologico in cui esso è inserito. Quando vi sia un ambiente particolare, anche questo dovrà essere conservato. Non sono ammesse costruzioni o abbattimenti che altereranno i rapporti dei volumi e dei colori.

Monumento e contesto: fino al XIX secolo l’interesse culturale si era focalizzato sul monumento mentre a partire dai primi decenni del XX secolo la visione si amplia anche all’intorno dell’edificio, all’ambiente che diventa una “cornice” apprezzata per i suoi specifici valori. Un edificio deve perciò essere considerato parte integrante di un ambiente più grande che di conseguenza va conservato alla stessa maniera. Una protezione che porta al divieto di qualsiasi costruzione o demolizione che possa disturbare l’armonia delle sue decorazioni e in generale dell’ambiente che forma un tutt’uno con l’edificio che contiene. Un esempio italiano è il giardino di Villa Bagnaia di cui la piccola città ne forma non solo lo sfondo ma anche il contesto storico. Eventuali modifiche di questo paesaggio urbano potrebbero compromettere non di poco l’impostazione della Villa. Questa nuova importanza per la “cornice ambientale”, ribadita fortemente dai principi dell’architetto e ingegnere italiano Gustavo Giovannoni, emerge per la prima volta anche se in modo timido e limitato nella Carta di Atene che “raccomanda di rispettare, nelle costruzioni degli edifici, il carattere e la fisionomia della città, specialmente in prossimità dei monumenti antichi, per i quali l’ambiente deve essere oggetto di cure particolari.”

7.Il monumento non può essere separato dalla storia della quale è testimone, né dall’ambiente in cui si trova buy water bottle. Lo spostamento di una parte o di tutto il monumento non può quindi essere accettato se non quando la sua salvaguardia lo esiga o quando ciò sia significato da cause di eccezionale interesse nazionale o internazionale.

Mantenimento in situ: il monumento è parte integrante dell’ambiente, il materiale di cui è formato mantiene un rapporto costante con il suo contesto ambientale che contribuisce al carattere dell’opera. Inoltre è portavoce di una parte della storia dell’umanità e porta i segni del passaggio del tempo costituendone la patina che ne dona il carattere di antichità. Monumenti o parti di esso acquisiscono il loro speciale significato proprio perché collocati nel loro contesto, se spostati potrebbero non essere compresi correttamente. Per questi motivi il monumento o le sue parti generalmente non vanno dislocate ad eccezione di cause straordinarie al fine di garantirne la conservazione (il concetto di eccezionalità verrà ribadito nel 1972 dalla Carta Italiana del Restauro).

8.Gli elementi di scultura, di pittura o di decorazione che sono parte integrante del monumento non possono essere separati da esso se non quando questo sia l’unico modo atto ad assicurare la loro conservazione.

Integrità: l’articolo 8 è necessariamente legato a quello precedente: le parti decorative di un monumento non devono essere considerate come entità separate ma come elementi che formano l’unità dell’intero secondo il principio del restauro critico. L’opera d’arte è una totalità e non solo la somma delle parti, come le tessere di un mosaico in sé stesse non costituiscono un’opera d’arte. Tuttavia queste decorazioni, soprattutto esterne, possono essere soggette a deterioramento e se la loro protezione non può avvenire in situ è concesso il loro spostamento in altro luogo.

9.Il restauro è un processo che deve mantenere un carattere eccezionale. Il suo scopo è di conservare e di rivelare i valori formali e storici del monumento e si fonda sul rispetto della sostanza antica e delle documentazioni autentiche. Il restauro deve fermarsi dove ha inizio l’ipotesi: sul piano della ricostruzione congetturale qualsiasi lavoro di completamento, riconosciuto indispensabile per ragioni estetiche e tecniche, deve distinguersi dalla progettazione architettonica e dovrà recare il segno della nostra epoca. Il restauro sarà sempre preceduto e accompagnato da uno studio storico e archeologico del monumento.

Nella prima parte dell’articolo emerge la finalità del restauro come processo di conservazione ed enfatizzazione della istanza estetica («valori formali») e quella storica («valori storici») di cui è formato il monumento the best way to tenderize steak. Si sottolinea che tale processo va intrapreso quando l’attività di conservazione non può più garantire la sicurezza per l’edificio e deve essere sostituita da un’azione più profonda. Questa azione di carattere straordinario si svolgerà sulla base di uno studio storico e archeologico in modo da rispettare il senso storico-artistico del monumento secondo i principi del restauro scientifico. Importante è certamente la capacità di porsi dei limiti, di fermarsi dove ha inizio l’ipotesi e non perseguire in alcun caso l’unità stilistica del monumento. In quanto all’inserimento di nuovi elementi, considerati necessari a partire da un giudizio critico di valore («per ragioni estetiche e tecniche»), dovranno garantire l’armonia tra antico e nuovo oltre che mostrare «non di essere opere antiche, ma di essere opere d’oggi» secondo il principio della “discriminazione moderna delle aggiunte” di Camillo Boito.

10.Quando le tecniche tradizionali si rivelano inadeguate, il consolidamento di un monumento può essere assicurato mediante l’ausilio di tutti i più moderni mezzi di struttura e di conservazione, la cui efficienza sia stata dimostrata da dati scientifici e sia garantita dall’esperienza.

Compatibilità dei trattamenti: ogni generazione ha la responsabilità di tutelare le varie strutture storiche sopravvissute a distanza di centinaia di anni. Per quanto riguarda il procedimento tecnico previsto dal restauro, il documento veneziano legittima l’impiego di tecniche e materiale moderni, come già accadeva nella Carta di Atene, ma ne amplia il concetto affermando che questo tipo di mezzi si utilizzeranno solo nel caso in cui le tecniche tradizionali si dimostrino inadeguate e che i mezzi moderni siano stati approvati scientificamente e dall’esperienza che verifica la loro compatibilità con i materiali della struttura. Infatti lo stesso principio espresso dal documento del 1931 nell’articolo 5 ha subito molte critiche per gli effetti corrosivi che hanno provocato nei monumenti materiali come il ferro.

11.Nel restauro di un monumento sono da rispettare tutti i contributi che definiscono l’attuale configurazione di un monumento, a qualunque epoca appartengano, in quanto l’unità stilistica non è lo scopo di un restauro. Quando in un edificio si presentano parecchie strutture sovrapposte best water bottles for running, la liberazione di una struttura di epoca anteriore non si giustifica che eccezionalmente, e a condizione che gli elementi rimossi siano di scarso interesse, che la composizione architettonica rimessa in luce costituisca una testimonianza di grande valore storico, archeologico o estetico, e che il suo stato di conservazione sia ritenuto soddisfacente. Il giudizio sul valore degli elementi in questione e la decisione circa le eliminazioni da eseguirsi non possono dipendere dal solo autore del progetto.

Stratificazioni storiche: in tema di stratificazioni presenti in un monumento si afferma come principio generale il rispetto di tutto ciò che definisce la conformazione attuale del monumento senza considerare l’epoca di appartenenza. L’unità di stile non rientra nelle finalità del restauro portando ad una esplicita opposizione della Carta di Venezia nei confronti del pensiero di Viollet-le-Duc che assegnava all’operazione di restauro la responsabilità di portare l’edificio ad una ideale omogeneità stilistica. Per questa ragione il documento è considerato il fondatore della moderna cultura del restauro poiché costituisce la rottura definitiva con l’eredità ottocentesca allontanandosi dalle esigenze di tipo stilistico. Tuttavia se si rende necessario l’alleggerimento di una struttura, questo può accadere solo se la rimozione riguarda elementi di poco interesse, le cosiddette masse amorfe del restauro di Giovannoni o che lo stato di conservazione sia sufficiente, in ogni caso costituirà un evento eccezionale. I giudizi di valore possono cambiare nel tempo, e da una cultura all’altra quindi le priorità devono essere stabilite con la dovuta attenzione ai valori culturali insieme a considerazioni sociali, economiche e politiche. Data la pluralità delle qualità da tenere in considerazione, le decisioni devono essere prese da una squadra multidisciplinare al fine di garantire un giudizio equilibrato. Inoltre data la varia natura dei monumenti, ognuno con una propria traccia storica e identità specifica, le decisioni sul trattamento varieranno da caso a caso in modo che operazioni di restauro siano un processo critico che produce la legittimità del trattamento.

12.Gli elementi destinati a sostituire le parti mancanti devono integrarsi armoniosamente nell’insieme, distinguendosi tuttavia dalle parti originali, affinché il restauro non falsifichi il monumento, e risultino rispettate, sia l’istanza estetica che quella storica.

Reintegrazione di parti mancanti: l’autenticità del monumento nel rispetto dei valori formali è obbiettivo prioritario di qualsiasi modificazione dell’edificio. Il restauro deve mirare al ristabilimento della unità potenziale dell’opera d’arte, purché ciò sia possibile senza commettere un falso artistico o un falso storico, e senza cancellare ogni traccia del passaggio dell’opera d’arte nel tempo. Nuovi elementi possono essere aggiunti per reintegrare le varie lacune purché non vadano a spezzare l’armoniosa unità dell’edificio e si possano differenziare dalle parti originarie preesistenti. La reintegrazione moderna deve adeguarsi alle parti storiche valutando il peso visivo delle differenti integrazioni per non intaccare la forma e distogliere l’attenzione dalla patina originale. Tutto ciò allontana ancora una volta il testo dall’ideale stilistico dell’architetto francese Viollet-le-Duc che incorre nella creazione di “falsi storici” introducendo nuovi elementi come fossero originali. Secondo la visione critica di Cesare Brandi invece una ricostruzione non può avere lo stesso significato di quella originale in quanto il materiale utilizzato nella creazione dell’opera, passa alla storia come risultato dell’azione umana. Utilizzando lo stesso tipo di materiale ma in tempi differenti, quello originale della creazione e quello moderno del restauro, il monumento assumerà una diversa rilevanza storica diventando storicamente ed esteticamente un falso.

13.Le aggiunte non possono essere tollerate se non rispettano tutte le parti interessanti dell’edificio, il suo ambiente tradizionale, l’equilibrio del suo complesso ed i rapporti con l’ambiente circostante.

Aggiunte: lo scopo del restauro è di conservare e non di rinnovare un monumento. Le varie aggiunte devono quindi rispettare l’unità di immagine dell’edificio come prescritto da Camillo Boito e in senso più ampio non devono intaccare l’armonia con l’ambiente che lo circonda.

14. Gli ambienti monumentali debbono essere l’oggetto di speciali cure, al fine di salvaguardare la loro integrità ed assicurare il loro risanamento, la loro utilizzazione e valorizzazione. I lavori di conservazione e di restauro che vi sono eseguiti devono ispirarsi ai principi enunciati negli articoli precedenti.

Nel ventaglio di novità offerto dalla Carta di Venezia trova spazio la considerazione dei siti storici e delle città come terreni in cui si esprimono in modo pieno i valori della civiltà e che necessitano quindi di essere tutelati secondo i principi enunciati in precedenza. Tuttavia il testo fa riferimento solamente agli ambienti monumentali mentre in più occasioni l’ICOMOS ha sottolineato la necessità di estendere le norme di conservazione restauro anche a tutto il tessuto storico. Interessante è stata l’osservazione di Giuseppe Fiengo rispetto alla tutela ambientale proposta dalla Carta di Venezia. Vi sarebbero due livelli di tutela: il primo si legge nell’articolo 6, «quando vi sia un ambiente particolare, anche questo dovrà essere conservato. Non sono ammesse costruzioni o abbattimenti che altereranno i rapporti dei volumi e dei colori.», ovvero si esprime la volontà di salvaguardia della totalità dei tessuti storici. Tuttavia il secondo livello, rappresentato dall’articolo 14, stabilisce la priorità di protezione degli “ambienti monumentali” rispetto alla totalità e generalità dei tessuti storici e quindi del “monumento” singolare rispetto ai “beni ambientali”, in contrasto con la definizione esplicitata dall’articolo 1.

15.I lavori di scavo sono da eseguire conformemente a norme scientifiche ed alla „Raccomandazione che definisce i principi internazionali da applicare in materia di scavi archeologici“, adottata dall’UNESCO nel 1956. Saranno assicurate l’utilizzazione delle rovine e le misure necessarie alla conservazione ed alla stabile protezione delle opere architettoniche e degli oggetti rinvenuti. Verranno inoltre prese tutte le iniziative che possano facilitare la comprensione del monumento messo in luce, senza mai snaturare i significati. È da escludersi „a priori“ qualsiasi lavoro di ricostruzione, mentre è da considerarsi accettabile solo l’anastilosi, cioè la ricomposizione di parti esistenti ma smembrate. Gli elementi di integrazione dovranno sempre essere riconoscibili, e limitati a quel minimo che sarà necessario a garantire la conservazione del monumento e ristabilire la continuità delle sue forme..

Agli inizi dell’VIII secolo si fece strada l’idea di scavi sistematici per il recupero di oggetti antichi e più tardi anche per l’individuazione di edifici. In questo modo l’articolo si riferisce all’attività consolidata dell’archeologia volta al ritrovamento di monumenti e oggetti antichi, una pratica che deve realizzarsi osservando le norme scientifiche e i principi internazionali stabiliti dall’UNESCO nel 1956. Gli oggetti rilevati da scavi archeologici presentano carattere di unicità per cui verrà garantita tanto la loro protezione come anche quella dei monumenti le cui sole modificazioni sono previste attraverso la tecnica dell’anastilosi. Come sostiene Giovannoni nel suo restauro di completamento, le integrazioni si distingueranno dagli elementi originali senza mai pretendere di ristabilire «uno stato completo che può non essere mai esistito in nessun momento» e non eccederanno in quantità per puntare diversamente alla qualità, alla conservazione della forma secondo l’influenza della Gestalt-Psychologie. Inoltre si dichiara l’impegno per una maggior comprensione dell’edificio storico attraverso l’utilizzo ad esempio di modelli in scala, disegni, supporti audio-visivi e vari livelli di guide per chiarire il messaggio generale ai visitatori e fornire informazioni più approfondite ai varo specialisti.

16.I lavori di conservazione, di restauro e di scavo saranno sempre accompagnati da una rigorosa documentazione, con relazioni analitiche e critiche, illustrate da disegni e fotografie. Tutte le fasi di lavoro di liberazione, come gli elementi tecnici e formali identificati nel corso dei lavori, vi saranno inclusi. Tale documentazione sarà depositata in pubblici archivi e verrà messa a disposizione degli studiosi.

Una questione fondamentale, già messa in luce dal restauro moderno di Camillo Boito, è la necessità di una sistematica documentazione dei vari processi ai quali un monumento è sottoposto (conservazione, restauro, scavo). I documenti descriveranno tutte le fasi dei procedimenti mediante relazioni analitiche chiarite da disegni e fotografie così che tutte le possibili fasi di liberazione, consolidamento, completamento, come gli elementi tecnici e formali utilizzati nel lavori siano acquisiti in modo permanente e sicuro. Tali testimonianze verranno poi depositate in archivi pubblici e messi a disposizione degli studiosi. Tutte le fasi ovviamente saranno accompagnate da studi precisi sulla storia e la vita artistica del monumento come previsto dall’art. 9 e dalla visione del “restauratore-storico” dell’idea boitiana

La Carta di Venezia è la Magna Carta della salvaguardia del patrimonio monumentale per il bene delle generazioni presenti e future. Rappresenta i dieci comandamenti della conservazione e del restauro dei monumenti che vanno tutelati e rispettati nel loro significato. Il documento ha espresso l’urgente necessità di trovare dei principi fondamentali comuni, allargando gli orizzonti nazionali per coprire la causa comune della tutela dei monumenti di tutte le civilizzazioni ed espandendo il concetto di conservazione dei monumenti che ora abbracciano anche gli edifici di tutti i giorni. Il testo ebbe un successo inaspettato tanto a livello nazionale che internazionale. Per la prima volta vi fu un consenso generale nell’approvazione un documento nuovo e per la prima volta gli specialisti del mondo intero poterono fare riferimento ad un testo comune facilitando un maggior dialogo fra tutte le nazioni. Il documento veneziano ha ispirato molti altri documenti dedicati ad aree specifiche come:

quest’ultima in particolare venne redatta con l’intenzione di completare la Carta di Venezia nel particolare ambito dei beni culturali ambientali. Inoltre tutte le convenzioni e le raccomandazioni dell’UNESCO riguardanti il patrimonio monumentale fanno riferimento alla Carta di Venezia. La Carta di Venezia non è solo un documento storico che va protetto e preservato, presenta un carattere vivo e dinamico che da più di mezzo secolo guida i pensieri e le azioni dei membri dell’ICOMOS e dei professionisti della conservazione di monumenti e siti nel mondo. Secondo il simposio internazionale avvenuto in Svizzera nel 1990, la Carta di Venezia non è di certo un testo dogmatico ma l’espressione di un atteggiamento culturale verso i valori intrinsechi del patrimonio monumentale. L’attualità del documento è stata oggetto di discussione di vari incontri internazionali come nei tre giorni di meeting a Ditchley, o in occasione dell’Assemblea Generale a Mosca nel 1978 e a Roma nel 1981. La valutazione finale è sempre stata a favore del documento veneziano che fin dalla sua realizzazione esprime le profonde speranze ed impegni dei padri fondatori. Il testo per il suo rigore e la sua chiarezza è ancora universalmente accettato godendo di un’indiscutibile autorità e prestigio.


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Mrz. 08.

Joseph Coghlan


Rear Admiral Joseph Bulloch Coghlan (9 December 1844 – 5 December 1908) was an officer in the United States Navy during the American Civil War and the Spanish–American War the best way to tenderize steak.

Born at Frankfort, Kentucky, Coghlan graduated from the Naval Academy in 1863 spill proof water bottle. He served in the sloop-of-war Sacramento during the Civil War. As commander of the screw sloop Adams, Coghlan was military commander of the Department of Alaska from 15 September 1883 to 13 September 1884. During the Spanish–American War he led the expedition which captured the batteries at Cavite (2 May 1898) and at Isla Grande, Subic Bay (7 July) and commanded the protected cruiser Raleigh during the Battle of Manila Bay on 1 May 1898.

He was promoted to Rear Admiral in 1902. He commanded American forces at Colón, Panama during the separation of Panama from Colombia in 1903.

He was a Companion of the Military Order of the Loyal Legion of the United States and the Military Order of Foreign Wars

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He died at New Rochelle, New York.

Two ships have been named USS Coghlan in his honor.


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Dez. 08.

Actions of the Bluff, 1916


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The Actions of the Bluff were local operations carried out in Flanders during the First World War by the German 4th Army and the British Second Army in 1916. The Bluff is a mound near St Eloi, south-east of Ypres in Belgium, created from a spoil heap during the digging of the Ypres–Comines Canal before the war. From 14–15 February and on 2 March 1916, the Germans and the British fought for control of the Bluff, the Germans capturing the mound and defeating counter-attacks only for the British to recapture it and a stretch of the former German front line, after pausing to prepare a set-piece attack.

The fighting at the Bluff was one of nine sudden attacks for local gains made by the Germans or the British between the appointment of Sir Douglas Haig as commander in chief of the BEF and the beginning of the Battle of the Somme. The BEF was at a tactical disadvantage against the German army, on low boggy ground, easily observed from German positions. A retirement to more defensible ground was impossible but rather than conserving manpower and resouces with a tacit truce, the British kept an active front and five of the German local attacks in the period were retaliation for three British set-piece attacks.

The Germans had better weapons and could move troops and equipment along the Western Front easier than the Franco-British. The German army still had many pre-war trained officers NCOs and soldiers. The British wartime volunteers gained experience in minor tactics but success usually came from firepower; in the underground war, the BEF tunnellers overtook the Germans in technological ability and ambition. Capturing a portion of the front line was possible but holding it depended on the opponent. When the Bluff was captured, the British retook it; Mount Sorrel and Tor Top were retaken by the Canadians and British gains at St Eloi and Vimy Ridge were lost to German attacks. Had the British occupied the front less densely, more training could have taken place and the wisdom of each policy was debated at the time and since.

Ypres is overlooked by Kemmel Hill in the south-west and from the east by low hills running south-west to north-east with Wytschaete (Wijtschate), Hill 60 to the east of Verbrandenmolen, Hooge, Polygon Wood and Passchendaele (Passendale). The high point of the ridge is at Wytschaete, 7,000 yd (6,400 m) from Ypres, while at Hollebeke the ridge is 4,000 yd (3,700 m) distant and recedes to 7,000 yd (6,400 m) at Polygon Wood. Wytschaete is about 150 ft (46 m) above the plain; on the Ypres–Menin road at Hooge, the elevation is about 100 ft (30 m) and 70 ft (21 m) at Passchendaele. The rises are slight apart from the vicinity of Zonnebeke, which has a 1:33 gradient. From Hooge and to the east, the slope is 1:60 and near Hollebeke, it is 1:75; the heights are subtle but have the character of a saucer lip around Ypres. The main ridge has spurs sloping east and one is particularly noticeable at Wytschaete, which runs 2 mi (3.2 km) south-east to Messines (Mesen) with a gentle slope to the east and a 1:10 decline to the west. Further south is the muddy valley of the Douve river, Ploegsteert Wood (Plugstreet to the British) and Hill 63. West of Messines Ridge is the parallel Wulverghem (Spanbroekmolen) Spur; the Oosttaverne Spur, also parallel, is to the east. The general aspect south of Ypres is of low ridges and dips, gradually flattening to the north into a featureless plain.

Possession of the higher ground to the south and east of Ypres gives ample scope for ground observation, enfilade fire and converging artillery bombardment. An occupier has the advantage of artillery deployments and the movement of reinforcements, supplies and stores being screened from view. The ridge had woods from Wytschaete to Zonnebeke, giving good cover, some being of notable size like Polygon Wood and those later named Battle Wood, Shrewsbury Forest and Sanctuary Wood. The woods usually had undergrowth but the fields in gaps between the woods were 800–1,000 yd (730–910 m) wide and devoid of cover. Roads in this area were usually unpaved, except for the main ones from Ypres, ribboned with occasional villages and houses. The lowland west of the ridge was a mixture of meadow and fields, with high hedgerows dotted with trees, cut by streams and ditches emptying into canals. The main road to Ypres from Poperinge to Vlamertinge is in in a defile, easily observed from the ridge.

Spoil banks had been created during the digging of the Ypres–Comines Canal, connecting the Yser lowlands with the Lys river valley. The canal cutting runs through a low point between Messines Ridge and the higher ground south-east of Ypres, about 1.5 miles (2.4 km) east of St Eloi and near Voormezele. At this point the canal is 120 feet (37 m) wide, in a cutting made higher by 20–30 ft (6.1–9.1 m) banks, extending on the north side to a feature marked on British maps as the Bluff and called the Grosse Bastion or Kanal Bastion by the Germans. The Bluff was 30 ft (9.1 m) high, steep on the west side, with a gentle slope to the east and one of the best vantage points in the Ypres Salient. To the north, the ground rises for 0.75 mi (1.2 km) to Hill 60 and Hooge. After the First Battle of Ypres in 1914, the front line ran at a right angle across the canal, which was still full of water, the British front line on the north bank. just east of the Bluff. No man’s land was about 150 yards (140 m) wide and narrowed to about 40 yards (37 m) opposite a German salient about 400 yards (370 m) north, called the Bean by the British and Der Helm by the Germans.

In the spring of 1915, there was constant underground fighting in the Ypres Salient at Hooge, Hill 60, Railway Wood, Sanctuary Wood how to make your beef tender, St Eloi and the Bluff, which required new drafts of British tunnellers for several months after the formation of the first eight Tunnelling companies of the Royal Engineers. During October and November 1915, the Germans blew two mines under the British lines about 150 yd (140 m) north of the canal. In November 1915, John Norton-Griffiths proposed to sink 20 or 30 shafts, about 50–70 yd (46–64 m) apart, into the blue clay from the Bluff to St Eloi. In late December 1915, the 27th Württemberg Division (General Graf von Pfeil und Klein-Ellguth) was transferred from the Argonne to Flanders to reform the XIII Württemberg Corps (General Theodor von Watter) with the 26th Württemberg Division and took over part of the line on 6 January 1916. The Württembergers relieved the 30th Division in about 2 mi (3.2 km) of the front line from the Ypres–Comines Canal to Zillibeke, south of the positions of the 26th Württemberg Division. The division found the defences in good repair and well-drained, although mostly sandbag breastworks rather than trenches. There was a vulnerable spot at the south end of the line, where the Bluff overlooked the German defences. Previously a mine had been exploded under the Bluff but to no effect and the division began a greater mining effort. A bigger mine was detonated on the night of 21/22 January but all this achieved was a crater about 100 yd (91 m) wide, which the British occupied and made into another defensive position. After the big mine explosion of 21/22 January the British fortified the front lip of the crater and the 172nd Tunnelling Company was diverted from its mining at St Eloi, to dig a defensive mine system to prevent the Germans trying again; waterlogging and the loose soil along the canal back caused the miners much difficulty.

As part of the German plan for the Battle of Verdun (21 February – 18 December 1916), the other German armies on the Western Front were ordered to divert attention from the 5th Army with line straightening operations and giving the impression that reinforcements had arrived. From 8–19 February, the 4th Army (Generaloberst [Colonel General] Albrecht the best way to tenderize steak, Duke of Württemberg) in Flanders, conducted several operations around the Ypres Salient, with artillery bombardments and bombardments followed by attacks. On 12 February, the Germans attacked near Boesinghe (Boezinge) as the 20th (Light) Division was relieving the 14th (Light) Division and got into the front line, until driven back by a prompt counter-attack, the British losing 184 casualties. The German attacked again during the evening and were repulsed. Another attack on 19 February also got into the front line for a short time. On 14 February, after a bombardment and the springing of several small mines, German infantry attacked several times against the 24th Division at Hooge and either side of Sanctuary Wood. Watter had given orders for a methodical attack at the Bluff by Infantry Regiment 124, despite a judgement from General Berthold von Deimling, the previous corps commander, that the Bluff was easier to capture than to hold.

The purpose of the German diversionary operations was unknown to the Second Army (General Horace Smith-Dorrien). Reconnaissance flights by the new II Brigade Royal Flying Corps (RFC) were made more difficult by the bad winter weather but 6 Squadron managed to see enough to report that a German offensive was unlikely. The RFC concentrated on artillery-observation for the British heavy artillery and in February arranged a standard call „general artillery action“ at which all aircraft stopped routine operations for artillery-observation and reconnaissance sorties. The V Corps (Lieutenant-General Herbert Plumer) front ran from south of St Eloi to Hooge and was held by the 17th (Northern) Division, 50th Division and the 24th Division. The 17th Division had relieved the 3rd Division from 5–8 February on a 4,000 yd (3,700 m) either side of the Ypres–Comies Canal, with the 52nd Brigade on the south side responsible for the canal, the Bluff and New Year Trench on the north side and the 51st Brigade further north. The only crossing of the canal was a plank bridge some distance back from New Year Trench and although the rule that a topographical feature going through a position should not be used as a unit boundary was followed, only a platoon of the 10th Battalion, Lancashire Fusiliers held the Bluff, the rest of the battalion being on the south bank. The 50th Brigade was in the V Corps reserve which left only one battalion in reserve for the 17th Division.

The 51st Brigade held a 1,300 yd (1,200 m) front with three battalions and one in reserve, half ready for an immediate counter-attack if the Bluff was captured. On battalion was moving up to relieve one of the front battalions, its bombers (after complaints from the Grenadier Guards, hand grenade specialists had been renamed bombers who had also been issued with steel helmets) and Lewis gunners having arrived on 13 February. During the relief, the Bluff was the responsibility of another brigade and two battalions were mixed up, also the brigade machine-gun companies, which had joined the division the day previous were still behind the front line. On the morning of 14 February, the left flank of the 52nd Brigade at the canal and the fronts of the 51st Brigade and the rest of the V Corps front to the north, were subjected to several bombardments by German heavy artillery and after 3:30 p.m. the shelling of the 51st Brigade and the 24th Division front at Hooge increased. The platoon of the 10th Lancashire Fusiliers on the Bluff took cover in The Tunnel lsu football uniforms, formerly a German mine gallery from the Bluff to the canal. Trench mortar and howitzer fire, which was usual before an infantry attack led the defenders to request hevy artillery support.

By 5:45 p.m. the British front parapet had been demolished and a mine detonation buried the party sheltering in the Tunnel at the Bluff, killing all but three men; two mines were blown on the left of the 10th Sherwood Foresters (10th Sherwood) on the left of the 51st Brigade. IR 124 attacked on a 0.5 mi (0.80 km) front from the canal to a feature known as the Ravine, a stream parallel to the canal. The British front line was captured by 6:05 p.m. and by 6:32 p.m. all objectives had been taken, apart from a machine-gun post at the junction of trenches 31 and 32. A platoon sent to replace the men buried in The Tunnel were all killed and the Buff captured as were the front trenches of the 10th Sherwood. Some Germans reached the support trenches at one point and were then forced out and parties of IR 124 also got into trenches and the Ravine on the left held by the 8th South Staffordshire. The Germans were also quickly forced back but the two companies reserved for an instant counter-attack on the Bluff were delayed by a command mix up, the men went forward piecemeal and conducted an indecisive bombing fight with the Germans for the rest of the night.

By 7:30 a.m. IR 124 held the Bluff and the 51st Brigade line from the canal to the Ravine. During the afternoon the 52nd Brigade was relieved of responsibility for the north bank and two battalions of the 50th Brigade were sent forward for a counter-attack against the Bluff. During the night bombing attacks were made but attempts to follow up with infantry failed and at 6:00 a.m. on 16 February, the British commanders accepted that the counter-attacks had failed and that it would take a set-piece attack to succeed. Plumer gave the task to troops who knew the ground and on the night of 16/17 February the 76th Brigade (Brigadier-General E. St. G. Pratt) of the resting 3rd Division, with attached artillery and engineers took over from the 51st Brigade and began to consolidate a new line. The ground had been smashed up by artillery-fire and was cut with derelict trenches and the Bluff was enclosed by the canal and a stream on the north side which made the ground swampy. The terraces adjoining the canal limited a frontal approach to an embankment 80 yd (73 m) wide but which tapered to 30 yd (27 m), with no cover and visible from the German defences on the south side of the canal.

The 76th Brigade planned to attack against the width of the lost trenches at dusk, to have the maximum time for consolidation, preferably on 29 February. Both sides kept up the bombardment and German casualties were so severe that IR 124 was relieved from 20–22 February by Grenadier Regiment 123 (GR 123), which found that the German defences had been destroyed and had to take post in scraps of trench and shell-holes, living up to the waist in water. Over the night of 22/23 and 23/24 February, the 76th Brigade was relieved by the 52nd Brigade to rest for the attack and its four battalions were equipped with steel helmets, along with two battalions of the 51st Brigade attached for the operation. The force practised on a replica of the German positions copied from aerial photographs as the 52nd Brigade laboured on jumping-off trenches in the remnants of a sheltered wood, communication trenches, burying telephone cables and carrying ammunition and stores.

German artillery bombardments slowed the work; stormy weather and then snowfalls from 27 February outlined the new trenches and on 28 February, the attack was put back to 2 March, after the cold and snow ended with a thaw which turned the ground into slush; the following days were cold and wet with sleet and snow. The attackers could not wait for 15–18 hours but a dusk attack meant moving up the night before. Pratt wanted a long preparatory bombardment and Brigadier-General Herbert Uniacke, the corps artillery commander, proposed a surprise attack with no preliminary artillery-fire. The commanders agreed a plan to bombard the German defences until the original zero hour at dusk, cease fire, move up the attack force overnight and attack after a 90-minute dawn bombardment. No date set because of the weather and incomplete artillery registration but the attack would occur on the second morning after a day with good enough weather to finish registering the guns. As the front line curved eastwards north of the 17th Division, four heavy guns were dug in and camouflaged on Observatory Ridge, to fire along the Germans trenches during the attack. Plumer suggested that the 90-minute bombardment be dispensed with for surprise and at a conference it was agreed that there should be a bombardment at 5:00 p.m. on 1 March for 45 minutes, then a lift and a barrage to simulate an attack. After a cessation of the bombardment, Pratt was to decide at 2:00 a.m. if there was to be a 20-minute bombardment before the attack, depending on the German response.

The British attack was to capture more than had been lost, by digging a new line across the Bean to protect a re-entrant in the old front line. The right-hand battalion was to retake New Year Trench, the Bluff and Loop Trench, the central and left-hand battalions to attack further north. Each battalion had attached sections of the 56th and East Riding companies RE and tunneller parties. A battalion was in support of the right-hand battalion and a second support battalion was to be available to all three, with two companies behind the centre battalion and a battalion was in reserve. On the far right of the attack, a raiding party was to demolish any German mine shafts found along the canal bank. Nine 1 12-inch, ten 2-inch, three 4-inch trench mortars and four Stokes mortars were placed in groups on either side of the canal; the bombardment began accurately on 1 March and Stokes mortars were able to hit areas that the howitzers could not reach. Observation revealed that nearly all the German defences on the Bluff had been destroyed but trenches to the north had been improved and re-wired. The hurricane bombardment was fired from 5:00–5:45 p.m. and an 18-pounder field gun was brought up to the front line on the left flank to demolish 40 yd (37 m) of the German front line as an obstacle.

The attackers were guided forward from 4:15 a.m. and attacked on time at 4:30 a.m. Two minutes later the artillery began a barrage behind the objectives and took the Germans by surprise, except on the left where a German machine-gun crew cut down two platoons. The waves of infantry easily walked over the remaining wire unopposed. The German sentries at the Bluff were found under cover expecting the artillery salvo after the usual two-minute pause and the rest of the garrison in dug-outs in the western face of the large crater. To the north, the attackers overran the objective on the Bean which they did not recognise because the trenches had been obliterated; parties went further forward and had many casualties. The troops were pulled back to the objective and consolidation began. Later on some Germans who had been bypassed opened fire but soon surrendered and 181 prisoners were sent to the rear. The troops on the left were reinforced and overcame the machine-gun nest by 5:10 a.m. The attackers took 252 prisoners although 47 of them were only taken from the dug-outs at the Bluff after resisting into the evening.

The raiders blew in the gallery in no man’s land to the Bluff but those from the 172nd Tunnelling Company were killed by machine-gun fire. The German artillery reply began at 9:30 a.m. and intense fire did not begin until 11:00 a.m., by when the British had emptied their front line and rapid progress had been made in consolidation. The German artillery continued a high rate of fire until 3:15 p.m. and severely damaged the old and new front lines, which took much work to repair. One of the trenches was named International Trench after dead from three armies were discovered. GR 123 had been exhausted by the 36-hour preparatory bombardment, which destroyed the German positions. In the evening bombers from GR 123 and parties from IR 124 and IR 127 counter-attacked but found that the British bombers had plenty of Mills grenades and were supported by plenty of machine-guns. (Each attacker had carried two grenades and 52,000 more had been dumped close by.)

The fighting at the Bluff was one of nine sudden attacks for local gains made by the Germans or the British between the appointment of Sir Douglas Haig as commander in chief of the BEF and the beginning of the Battle of the Somme. After the Second Battle of Ypres (22 April – 25 May 1915) and the Battle of Loos (25 September – 13 October) and the extension of the British front in early 1916, the BEF was at a tactical disadvantage against the German army, on wetter ground, easily observed from German positions. When the BEF took over more of the Western Front from the French, it was to be held lightly with outposts, while a better line was surveyed further back. The survey revealed that all of the French gains of 1915 would have to be abandoned, a proposal that the French rejected out of hand. For political reasons, giving up ground around Ypres in Belgium was also unacceptable, only an advance could be contemplated to improve the positions of the BEF. Since the French and British anticipated early advances in 1916, there seemed little point in improving defences, at a time when the Germans were building more elaborate defences, except at Verdun. Rather than continue the informal truces that had developed between French and German trench garrisons, the British kept an active front and five of the German local attacks in the period were retaliation for three British set-piece attacks.

In early 1916, the Germans had an advantage in trench warfare equipment, being equipped with more and better hand grenades, rifle grenades and trench mortars. It was easier for the Germans to transfer troops, artillery and ammunition along the Western Front than the Franco-British, who had incompatible weapons and ammunition and a substantial cadre of German pre-war trained officers NCOs and soldiers remained. The British wartime volunteers gained experience in minor tactics but success usually came from machine-guns and the accuracy and quantity of artillery support handheld water bottle running, not individual skill and bravery but in the underground war, the BEF tunnellers overtook their German counterparts in technological ability and ambition. With sufficient artillery, the capture of a small part of the opponents‘ line was possible but holding it depended on the response of the opponent. When the Bluff was captured, the British retaliated and retook it and Mount Sorrel and Tor Top were retaken by Canadian troops; when the British took ground at St Eloi and Vimy Ridge, the Germans took it back. The constant local fighting was costly but enabled the mass of inexperienced British troops to gain experience, yet had the front been less densely occupied, more troops could have trained and the wisdom of each school of thought was debated at the time and ever since.

From 14–17 February the 17th Division lost 1,294 casualties including 311 missing and from 2–4 March, the attacking battalions had 1,622 losses, 924 men in the 76th Brigade, 3rd Division and 698 in the 17th (Northern) Division. From 14–18 February, IR 124 lost 75 men killed, 229 wounded and 25 men missing. There were 908 German casualties on 2 March, GR 123 losing 41 men killed, 172 wounded and 321 men missing.

The Germans dug long galleries beneath the Bluff and on 25 July 1916 the 1st Company, 24th Pioneers blew a mine under the ridge. The 1st Canadian Tunnelling Company gave warning of the German attempt and the 7th Canadian Battalion occupied the crater before the German infantry arrived. On 29 July, Canadian troops raided the German lines at St Eloi and inflicted about 50 casualties and repulsed a German raid at Hill 60 on 12 August. Mining and tunnel warfare continued at the Bluff, carried out by tunnelling companies of the Royal Engineers. After a prisoner drew a map of the German mine workings, the British dug a deep system under the galleries beyond the German lines. On 11 December, several big camouflets were sprung and the German mine galleries were captured, making it impossible for German tunnellers to retaliate and the area was declared safe. On 7 June 1917, the Germans were driven from the area during the Battle of Messines Ridge. The Germans re-took the Bluff during the Spring Offensive of 1918 and it changed hands for the last time on 28 September 1918, after an attack by the 14th (Light) Division.

The wooded ridge is now a provincial nature reserve and picnic area, Provinciaal Domein Palingbeek. There are three Commonwealth War Graves Commission (CWGC) war cemeteries in the area

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