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Jan. 22.

Stefano Pittaluga


Stefano Pittaluga (Campomorone, 2 febbraio 1887 – Roma, 5 aprile 1931) è stato un produttore cinematografico italiano.

Originario di Campomorone, località dell’interno alle pendici degli Appennini limitrofa al comune di Genova, fu un giovane distributore e il primo tycoon italiano. Pittaluga intraprende a partire dal 1911 l’attività di noleggiatore di film, ottenendo l’esclusiva di alcune pellicole americane per il territorio della Liguria. Costituisce quindi, nel giugno del 1913, la ditta in accomandita Stefano Pittaluga.

Lo scoppio della prima guerra mondiale segna la fine del periodo d’oro del cinema italiano, che negli anni precedenti aveva goduto di una posizione di primo piano sui mercati cinematografici internazionali. L’aumento dei costi di produzione determinato dall’avvento del lungometraggio favorisce nel dopoguerra l’affermazione di un nuovo modello di impresa cinematografica – esemplificato efficacemente dagli Studios hollywoodiani – basato sull’integrazione verticale, attraverso il controllo dell’intera filiera, dalla produzione alla distribuzione, fino all’esercizio delle sale cinematografiche. Nel 1919 le principali case cinematografiche italiane tentano di frenare la crescente importazione di pellicole americane in Italia attraverso la costituzione di un consorzio – l’Unione Cinematografica Italia (UCI) – sostenuto finanziariamente dalla Banca Commerciale Italiana e dalla Banca Italiana di Sconto uniform creator football. L’iniziativa si rivela tuttavia un sostanziale fallimento, data la sempre più evidente arretratezza tecnologica e gestionale delle imprese italiane.

È Pittaluga il primo imprenditore cinematografico italiano a fare tesoro della lezione rappresentata dal successo del modello americano. Grazie alla scelta indovinata di puntare sulla distribuzione in esclusiva delle principali produzioni europee e americane, riesce nei primi anni del dopoguerra a conquistare una posizione di assoluto rilievo nel segmento della distribuzione, acquisendo il controllo di un circuito di sale che copre buona parte del territorio nazionale: Veneto, Friuli, Piemonte, Liguria, Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Sicilia, Campania. Nel marzo del 1919 costituisce a Torino, insieme a un gruppo di finanziatori, la Società anonima Stefano Pittaluga (SASP), nella quale viene concentrata l’attività di distribuzione, mentre l’acquisto, la cessione e la locazione delle sale cinematografiche è affidata alla Società immobiliare cinematografica italiana. Alla metà degli anni venti, raggiunta una posizione quasi monopolistica nel settore della distribuzione, con una quota di mercato pari a circa l’80%, Pittaluga porta infine a compimento la propria strategia d’integrazione verticale entrando nel segmento della produzione, prima attraverso l’acquisizione della Fert Film (1922) e della Rodolfi Film (1923) di Torino e, successivamente, rilevando, nel 1926, la Cines di Roma, una delle più longeve case di produzione italiane. Nel febbraio del 1927 il processo di concentrazione dell’industria cinematografica italiana sotto il controllo di Pittaluga raggiunge infine il picco con l’acquisizione da parte della Banca commerciale italiana dell’UCI e del circuito di sale da essa controllata.

A partire dal 1913, inizio della sua attività, fino al 1930, portò la SASP (la sua società) ad avere il controllo di circa duecento sale cinematografiche.

Al tempo del cinema muto, fu uno dei fautori e sostenitore del cinema sonoro, tanto è vero che inserì nelle sue sale marchingegni per far udire l’audio, suggerendo sul piano legislativo meccanismi a sostegno del cinema nazionale.

Nel 1929 Pittaluga entrò come socio degli stabilimenti cinematografici della Cines, rilevandone una fetta importante l’ottanta per cento delle azioni. Tra le sue produzioni cinematografiche si ricorda il film: La canzone dell’amore (1930) di Gennaro Righelli, primo film sonoro italiano e i film della commedia leggera di registi quali Guido Brignone e Goffredo Alessandrini oltre che le prime innovative prove di Alessandro Blasetti e Mario Camerini.

Blasetti, nell’epitaffio su Il Tevere del 7 aprile 1931, così scrisse:

« Stefano Pittaluga non si sostituisce. Ma non c’è bisogno di sostituirlo. Egli non ci ha lasciato di fronte ad una dura posizione da conquistare. L’ha conquistata – purtroppo con il sacrificio della sua vita – e ce l’ha consegnata con un solo compito, con un solo dovere: non disertarla, saperla difendere. La sua azienda, da lui controllata fino all’ultimo respiro, in ogni pietra ed in ogni uomo, è un organismo vivo e vitale creato dalla sua intelligenza vigile di industriale e di commerciante, dalla sua solida capacità organizzativa, dalla sua indiscutibile conoscenza delle materie e degli uomini». »

L’avvento del film parlato alla fine degli anni venti impone alle imprese del gruppo Pittaluga un rilevante aggiornamento tecnologico, che richiede nuovi investimenti per la conversione dei teatri di posa e per l’acquisto di apparecchiature più sofisticate di registrazione e di proiezione. Il problema più rilevante è però quelle delle barriere linguistiche: per essere esportate, le pellicole devono essere adattate ai differenti mercati nazionali, con un conseguente aumento dei costi di produzione, per il doppiaggio e la sincronizzazione dei film. Il sonoro comporta particolari problemi, soprattutto nel settore della distribuzione: le pellicole sonore non hanno lo stesso rendimento economico dei film muti, da una parte perché sono in lingua straniera e quindi non completamente adatte alla programmazione per il pubblico italiano, e dall’altra perché non possono essere proiettate in buona parte delle sale cinematografiche italiane tenderize meat without a mallet, non ancora attrezzate per il sonoro. L’esportazione di pellicole italiane, già notevolmente diminuita, cessa quasi del tutto, non solo perché i pochi stabilimenti di produzione esistenti non sono dotati delle attrezzature necessarie per girare con il sonoro, ma anche perché il film parlato italiano fatica a raggiungere lo stesso livello di diffusione e apprezzamento che era stato conquistato con il film muto durante gli anni dieci.

Nel 1929 Pittaluga, in parte indotto dalle sollecitazioni e dalle promesse di sostegno economico del regime fascista, interessato a un rafforzamento del cinema italiano soprattutto in chiave propagandistica, avvia la trasformazione del vecchio stabilimento Cines di via Vejo a Roma, il cui primo nucleo risaliva al 1905, attrezzandolo con i più moderni impianti per la produzione di film sonori; l’operazione è resa possibile grazie al sostegno finanziario della Banca commerciale italiana, divenuta ormai il principale azionista della SASP insieme a Pittaluga.

Attento alla dimensione commerciale, l’imprenditore cinematografico privilegia una produzione popolare, composta soprattutto da commedie, film musicali, riduzioni operistiche e melodrammi, quasi sempre di derivazione letteraria e teatrale. Fra il 1930 e il 1931, sotto la sua direzione vengono prodotte una decina di pellicole sonore, che rappresentano l’intera produzione cinematografica italiana in questo periodo.

Pittaluga muore a Roma nell’aprile del 1931. È sepolto nel Cimitero monumentale di Torino.

A Genova una sala cinematografica di corso Buenos Aires è stata a lungo intitolata a lui, prima di cambiare nome in Odeon healthy water bottle. A seguito dell’ultima ristrutturazione nel 2003, il gestore ha ribattezzato le due sale in funzione „sala Pitta“ e „sala Luga“ in omaggio al personaggio che tanto diede al cinema italiano delle origini.

(parziale)


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Jan. 12.

Elfriede Brüning


Elfriede Brüning (8 November 1910 – 5 August 2014) was a Communist German journalist and novelist. She also used the pseudonym Elke Klent.

Elfriede Brüning was born in Berlin, the daughter of a cabinetmaker and a seamstress who were involved in the workers‘ movement. Forced to leave school after the tenth year to help support the family, she worked in offices; beginning in 1929, she was a secretary at a Berlin film company large water thermos. After forging a letter of recommendation, she began to publish articles in the Feuilleton sections of newspapers such as the Berliner Tageblatt, the Berliner Börsen-Courier and the Vossische Zeitung tenderize meat without a mallet. After attending a Marxist Workers‘ School thermos stainless steel, she joined the Communist Party (KPD) in 1930 and thereafter wrote mainly for the Communist press. In 1932 she joined the Association of Proletarian-Revolutionary Authors; then the youngest in her branch, she was to be the last surviving member. Her first novel, Handwerk hat goldenen Boden, was a social criticism and was to be published in 1933 but was not because of the Nazi seizure of power; it appeared in 1970 under the title Kleine Leute. Brüning turned to lighter reading and in 1934 published Und außerdem ist Sommer, which was a success.

During the early years of the Nazi régime, Brüning participated in the Communist resistance, writing for the exile newspaper Neue Deutsche Blätter under the pseudonym Elke Klent and making trips to Prague, where it was published, as a courier for the Association of Proletarian-Revolutionary Authors. The KPD’s illegal central committee met in the flat at her parents‘ shop. On 12 October 1935 she was arrested and imprisoned in the women’s prison on Barnimstraße, but was released after her trial for treason in 1937, since the Gestapo was unable to prove she had engaged in illegal activities. She was able to obtain permission to write in prison, so in 1936 she published another novel, Junges Herz muß wandern.

In 1937 she married Joachim Barckhausen, a writer and editor; their daughter Christiane Barckhausen, born in 1942, also became a writer. Brüning worked as a script evaluator for a film company and with Barckhausen co-wrote the scenario for Semmelweis – Retter der Mütter, which was filmed by DEFA after the war. She spent the last years of the war on her in-laws‘ estate in the Magdeburg Börde.

Brüning returned to Berlin in 1946, reactivated her KPD membership, and wrote for and edited news periodicals in what later became the German Democratic Republic. Her marriage ended in 1948. From 1950 on, she was self-employed as a writer and lived in Berlin. After German reunification she became a member of The Left. She continued to give interviews into her old age.

She died in Berlin and was buried in the Dorotheenstadt cemetery. Her papers for the years 1930–2007 are in the Fritz Hüser Institute in Dortmund.

Brüning’s publications include novels, short stories, journalism and television scripts. Her novels often have an autobiographical element; they usually concern women’s lives and even the four she published under the Nazis have female protagonists who are determined to go against the party line by pursuing careers. They were popular in East Germany; by her 103rd birthday in 2013, a million and a half copies had been printed. But especially in the 1950s, she was officially attacked as „petty bourgeois“ for her themes of women seeking equality in marriage, and her work was insufficiently optimistic for official tastes. Although often nominated, she did not receive the most prestigious East German prizes, the Literature Prize of the Democratic Women’s League of Germany and Art Prize of the Free German Trade Union Federation wrist pouch for runners, until the 1980s, when she was in her seventies. After reunification she continued to write about social injustices, including those of the reunification.


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Jan. 10.

Drahitchyn


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Géolocalisation sur la carte : Biélorussie

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Drahitchyn (en biélorusse : Драгічын, en łacinka : Drahičyn) ou Droguitchine (en russe : Дрогичин  clothes fluff remover; en polonais : Drohiczyn) est une ville de la voblast de Brest, en Biélorussie, et le centre administratif du raïon de Drahitchyn. Sa population s’élevait à 14 898 habitants en 2016 sells goalkeeper gloves.

La ville est située à 105 km à l’est de Brest et à 164 km au sud-est de Hrodna.

La localité est mentionnée pour la première fois en 1452 comme le village de Dovetchorovitchi (Довечоровичи), dont le territoire appartenait au Grand Duché de Lituanie. Le village prit le nom de Drahitchyn en 1655 et reçut le statut de ville en 1778. Avec les villages voisins, sa population s’élevait alors à 785 habitants, dont 69 pour cent de chrétiens et 31 pour cent de juifs. Drahitchyn fut rattachée à l’Empire russe en 1795, à l’occasion de la Troisième partition de la Pologne, mais perdit son statut de ville. Pendant tout le XIXe siècle, elle faisait administrativement partie du gouvernement de Grodno. En 1883 fut ouverte la voie ferrée Pinsk – Brest passant par Drahitchyn tenderize meat without a mallet. Au recensement de 1897, sa population s’élevait à 2 258 habitants. Ses habitants se consacraient principalement à l’agriculture et au commerce, mais la localité comptait plusieurs petites usines. Pendant la Première Guerre mondiale, la ville fut occupée par les troupes allemandes à partir de . Elle fut polonaise dans l’entre-deux-guerres avant d’être annexée par l’Union soviétique et rattachée à la république socialiste soviétique de Biélorussie à la fin de 1939. L’année suivante, elle reçut le statut de commune urbaine et devint un centre de raïon. Pendant la Seconde Guerre mondiale, la ville fut occupée par l’Allemagne nazie du au . Environ 2 500 Juifs y furent massacrés les 25 juillet et . Depuis 1954, Drahitchyn est rattachée à la voblast de Brest. Elle a retrouvé le statut de ville en 1967.

Recensements (*) ou estimations de la population :


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